Simone de Beauvoir: “la grande avventura di essere me”

Simone

Simone de Beauvoir è sepolta a Montparnasse, a Parigi, di fianco alla tomba di Jean Paul Sartre, compagno di tutta la sua vita, morto sei anni prima, il 15 aprile 1980. Rigorosamente atea come Satre , ne La Cérémonie des Adieux aveva scritto a riguardo della morte del suo grande amore: «La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così; è già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo»

Simone-Lucie-Ernestine-Marie Bertrand de Beauvoir è nata a Parigi, in Boulevard Raspail, il 9 gennaio 1908 in una famiglia borghese, con pretese aristocratiche e pochi mezzi a disposizione.

Il padre, Georges Bertrand de Beauvoir, era ateo e aveva desiderato diventare un attore, ma poi aveva studiato legge e lavorava come funzionario. La madre, Françoise Brasseur, era, invece, profondamente religiosa e timida e impacciata. Nel 1910 si aggiunse alla famiglia Hélène, soprannominata Poupette, che sarà molto importante nella vita di Simone. Il rapporto tra le due sorelle viene a lungo descritto, da Simone, in Memorie di una ragazza perbene (1958): la sorella maggiore tiranneggia e allo stesso tempo istruisce la minore, facendosi forte della sua maggiore indipendenza e minore timidezza.

Simone de Beauvoir fu una bambina curiosa

L’educazione di Simone si svolse in una scuola cattolica, l’istituto Adeline Desir, dove conobbe Zazà, soprannome di Elizabeth Mabille, con cui strinse un’amicizia fondamentale, che la porterà ad affermare: «per merito di Zazà ho conosciuto la gioia di amare, il piacere degli scambi intellettuali e delle complicità quotidiane» (De Beauvoir 1972, trad. it. 12).

Elizabeth morì, per una meningite, nel 1929, ma Simone sarà sempre convinta che sia morta a causa dell’opposizione della famiglia, che voleva spingerla ad un matrimonio combinato, alla sua relazione con Maurice Merleau-Ponty.

La morte della sua amica segnerà per Simone la definitiva presa di coscienza della dimensione soffocante della borghesia e delle aspettative che gravano tanto sui maschi quanto sulle femmine.

Nel 1925 superò gli esami del baccalauréat in filosofia e matematica e nel 1926 iniziò a studiare filosofia alla Sorbona. Nel 1928 si laureò con una tesi su Leibniz e nel 1929 ottenne il secondo posto all’esame dell’agrégation, superando Paul Nizan e Jean Hyppolite e perdendo di poco contro Sartre, che era stato bocciato l’anno precedente.

Simone de Beauvoir, a soli  21 anni, divenne la più giovane tra i professori di filosofia in Francia.

La vita con Satre

Fu questo che le permise di conoscere Sartre  con il quale  iniziò una relazione sentimentale che durerà tutta la vita in una forma di accordo “libero”. Nonostante questo l’uno fu essenziale per l’altra, sebbene senza sposarsi mai  (nonostante la proposta di Sartre nel 1931) e  senza nemmeno convivere. Questo accordo  procurerà a Simone molte critiche e una morbosa curiosità sui suoi e sulle sue amanti. Nel 1943, infatti, Simone de Beauvoir viene congedata dall’insegnamento a causa delle proteste dei genitori per la sua relazione con un’allieva che risaliva a qualche anno prima. In Francia l’età del consenso è fissata ai 15 anni, quindi Simone non viene perseguita penalmente, ma viene costretta a smettere di insegnare: una sanzione che diventa l’occasione per dedicarsi pienamente alla scrittura.

Simon e la scrittura

Il primo romanzo che viene pubblicato (dopo il rifiuto de Lo spirituale un tempo) è L’invitata, che racconta il  rapporto tra Simone, Sartre e Olga Kosakievicz, la sua ex allieva.

Durante l’occupazione nazista  della Francia Simone de Beauvoir visse” il periodo morale della sua vita e della sua produzione letteraria e filosofica”. Tra il 1943 e il 1946 scrisse, infatti, Pirro e Cinea, un trattato di etica, i romanzi : Il sangue degli altri e Tutti gli uomini sono mortali e la sua unica opera teatrale, Le bocche inutili.

Dopo la guerra de Beauvoir entra nella redazione di Les Temps Modernes e pubblica Per una morale dell’ambiguità, un saggio di etica esistenzialista. Nel 1947 compie un lungo viaggio negli Stati Uniti, in cui inizierà la lunga e intensa relazione con lo scrittore Nelson Algren e dal quale scriverà il resoconto L’America giorno per giorno. I viaggi saranno sempre una delle sue passioni, da sola, con Sartre o con altre sue relazioni, e visiterà il Brasile, la Cina, Cuba e l’Urss, oltre che  l’Italia.

Nel 1949 pubblica il testo che le darà la maggiore fama (e susciterà le maggiori polemiche): Il secondo sesso. Un testo che spesso viene considerato uno degli ispiratori del femminismo della seconda ondata e che caratterizzerà de Beauvoir come una femminista ben prima che lei si definisca tale.

Il Manifesto delle 343

Nel 1971  scriverà il Manifesto delle 343, con cui 343 donne dichiaravano di aver abortito, pratica allora illegale, e rivendicavano il loro diritto a farlo.

Il Manifesto attirò  moltissime critiche, tanto che, a partire da una vignetta di Charlie Hebdo, venne soprannominato il Manifesto delle puttane.

Nonostante tutto contribuì in maniera significativa all’approvazione della legge Veil nel gennaio del 1975 con cui la Francia riconosceva il diritto all’aborto.

Nel corso degli anni ’60 e ’70  Beauvoir si dedica a moltissime cause politiche: dalla guerra di liberazione in Algeria fino al conflitto arabo-israeliano o alla dittatura cilena.

Simone de Beauvoir, infatti, sarà fino alla sua morte – nel 1986 – un’intellettuale impegnata, che sfrutterà la sua voce pubblica per far conoscere molte delle lotte fuori dalla Francia, impegnandosi per una solidarietà attiva.

Simone e la riflessione femminista nel “Secondo sesso

Ho esitato a lungo prima di scrivere un libro sulla donna. Il soggetto è irritante, soprattutto per le donne; e non è nuovo. Il problema del femminismo ha fatto versare abbastanza inchiostro, ora è pressoché esaurito: non parliamone più (De Beauvoir 1949, trad. it. p. 19).

Nel 1949, De Beauvoir è da poco tornata dal suo viaggio negli Stati Uniti in cui ha potuto osservare come le donne americane se da un lato erano più emancipate delle europee, dall’altro, non godevano completamente della loro emancipazione per paura di perdere la loro femminilità.

De Beauvoir sostiene con forza che «se oggi la femminilità è scomparsa, è perché non è mai esistita» (De Beauvoir 1949, trad. it. p. 20). Riecheggia la più celebre frase del testo:

«donna non si nasce, lo si diventa» (De Beauvoir 1949, trad. it. p 271)

Per quanto concerne l’inferiorità delle donne Simone dirà:

quando un individuo o un gruppo di individui è tenuto in condizione di inferiorità, esso è di fatto inferiore; ma bisognerebbe intendersi sul valore del verbo “essere”.

La malafede consiste nell’attribuirgli un significato sostanziale, mentre ha il senso dinamico hegeliano: “essere” è essere divenuto, è essere stato fatto nel modo che ci si manifesta; sì, le donne nell’insieme oggi sono inferiori agli uomini, cioè vivono in una situazione che apre loro minori possibilità: il problema è sapere se questo stato di cose deve perpetuarsi. (De Beauvoir 1949, trad. it. p. 27)

La condizione di subordinazione delle donne è quindi,  il risultato di un processo storico che coinvolge singolarmente ogni donna: il diventare  inferiore si radica in una struttura sociale che agisce sulle soggettività  attraverso un insieme di pratiche educative riprodotte dalle donne stesse.

 

Il secondo sesso è ricco di possibili letture, che sono state fondamentali per diverse traiettorie dei movimenti femministi.E questo nonostante la difficile diffusione che il testo ha avuto.

Per fare soltanto due esempi, è significativo che il testo sia stato tradotto in inglese da uno zoologo, Howard Madison Parshley, e che ne sia stata proposta una versione rivista e corretta solo nel 2009; o che sia stato inserito dal Vaticano nell’Indice dei libri proibiti nel 1956.

«Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc.

Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un’istitutrice (nel senso peggiorativo che la destra dà a questa parola), ad un caposquadra dei boy-scout.

Passo la mia esistenza fra i libri o a tavolino, tutto cervello. […]

Nulla impedisce di conciliare i due ritratti. […]

L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere.

È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente.»

(S. de Beauvoir, La forza delle cose, p. 614

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