Cent’anni di solitudine e l’incipit di un capolavoro mondiale

Cent’anni di solitudine e  l’incipit di un capolavoro mondiale
Cent’anni di solitudine, oltre ad essere indiscutibilmente considerato un capolavoro, vanta uno degli incipit meglio riusciti della letteratura mondiale.

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.

Cent’anni di solitudine: uscita e critiche

Il romanzo è stato scritto in soli diciotto mesi a Città del Messico nella casa di Gabriel Garcìa Marquez.

La prima edizione del romanzo, nel 1967, si esaurisce in 15 giorni, e in pochi mesi si sottoscrivono 18 contratti di traduzione estera compresa quella italiana per Feltrinelli.

Il libro si aggiudica il Prix du Meilleur livre étranger (Premio per il migliore libro straniero) nel 1969 e il Premio Rómulo Gallegos nel 1972. Ad oggi, l’opera di Márquez è stata tradotta in oltre trentasette lingue e ha venduto più di 20 milioni di copie.

Il romanzo di Márquez, tuttavia, ricevette una sonora stroncatura da parte di Pier Paolo Pasolini:

Un altro luogo comune… è quello di considerare Cent’anni di solitudine… di Gabriel García Márquez un capolavoro. Ciò mi sembra semplicemente ridicolo. Si tratta del romanzo di uno scenografo o di un costumista, scritto con grande vitalità e spreco di tradizionale manierismo barocco latino-americano, quasi a uso di una grande casa cinematografica americana (se ne esistessero ancora). I personaggi sono tutti dei meccanismi inventati talvolta con splendida bravura da uno sceneggiatore: hanno tutti i «tic» demagogici destinati al successo spettacolare. L’autore molto più intelligente dei suoi critici sembra saperlo bene: «Non gli era mai venuto in mente fino allora – egli dice nell’unica considerazione metalinguistica del suo romanzo – di pensare alla letteratura come al miglior giocattolo che si fosse inventato per burlarsi della gente…

Durante il IV Congresso internazionale della Lingua Spagnola, tenutosi a Cartagena nel marzo del 2007, è stato votato come seconda opera più importante mai scritta in lingua spagnola, preceduto solo dal Don Chisciotte della Mancia.

Luis Borges scriverà del romanzo: “Si tratta di un libro originale, al di sopra di ogni scuola, di ogni stile e privo di antenati”, ma è evidente che Gabriel Garcia Marquez si lasciò influenzare da Faulkner, Kafka, Juan Rulfo, Virginia Woolf, Hemingway, Greene e Sofocle.

Il romanzo è  il risultato di una riflessione che l’autore inizia da giovanissimo: una riflessione sulla  possibilità di costruire una saga familiare e insieme una vicenda che fosse uno specchio deformato della sua Colombia e di quella che l’ha preceduto.

Il titolo provvisorio resta a lungo La casa. Come Márquez ha dichiarato in una nota intervista:

Volevo che tutto lo sviluppo del romanzo avesse luogo dentro la casa e che tutto quello che avveniva all’esterno fosse descritto in termini d’impatto su di essa. Poi abbandonai l’idea di quel titolo…

Cent’anni di solitudine: una storia che si ripete

I Buendia, le cui 5 generazioni sono i protagonisti di Cent’anni di solitudine, sono segnati da un destino che si ripete per ogni discendente. Infatti gli uomini della famiglia portano gli stessi nomi e in base a questi presentano gli stessi caratteri.

Così i Jose Arcadio hanno il fisico massiccio, sono estroversi, energici, ma destinati ad un’esistenza solitaria, mentre gli Aureliano sono minuti solitari introversi ma dotati di chiaroveggenza. Una costante di Cent’anni di solitudine è la guerra civile che dura a fasi alterne durante tutta la storia di Macondo.

Cent’anni di solitudine è un libro formativo, molto laborioso e per questo non basta leggerlo una sola volta, ma più volte per poter cogliere meglio i particolari e la vera essenza del libro. Tutte le storie dei singoli personaggi del romanzo colpiscono per la loro tragicità.

Ogni personaggio rappresenta i caratteri umani, ma deformati e ingigantiti.

In Cent’anni di solitudine c’è una peculiare organizzazione dello spazio che sconvolge il tempo. Troviamo infatti “l’irrompere della fantasia nel passato di ognuno” e presente, passato e futuro si mescolano stravolgendo l’ordine cronologico. Il tempo talvolta sembra passare mai mentre in altri momenti sembra scorrere freneticamente: effetto voluto dall’autore per inserire ancora di più Macondo in una atmosfera surreale.

Cent’anni di solitudine: un successo che non valse il Nobel

Cent’anni di solitudine ebbe un successo così strepitoso da diventare il termine di paragone delle altre opere di Gabriel Garcìa Marquez, che a loro volta sono lette come un’anticipazione o un prolungamento del capolavoro.

Garcia giustificò con questa frase l’incapacità dei libri precedenti di ottenere un’analoga fortuna:

Ho sempre creduto che il cinema, con il suo tremendo potere visivo, fosse il mezzo di espressione perfetto. Tutti i miei libri precedenti a Cent’anni di solitudine sono come intorpiditi da questa certezza.

L’opera permise inoltre a Gabriel Garcìa Màrquez di diventare non solo uno scrittore di successo, ma di partecipare al boom letterario latinoamericano insieme ai romanzieri Mario Vargas Liosa, Julio Cortàzar e Carlos Fuentes.

Nonostante lo straordinario ed immediato successo del romanzo, il Nobel per la letteratura arrivò decenni più tardi, nel 1982.

Anni roventi

Il libro di Màrquez riesce ad affrancarsi  da ogni sorta di folclore e denuncia politica fine a se stessa per convergere  in un solo romanzo i valori e l’immaginario della Colombia  in cui il suo popolo e le nazioni vicine potessero riconoscersi e con cui fosse possibile raccontare il Sudamerica al resto del mondo.

Il 1967, anno di pubblicazione del romanzo, fu un periodo particolarmente fortunato per pubblicare un opera politicamente impegnata. Il ’68 era infatti alle porte, così la nuova generazione di rivoluzionari e la società in rivolta o non aspettavano altro che trovare un’opera letteraria in cui riconoscersi.

Garcìa Marquez era un attivo sostenitore del regime cubano e fu per lunghi anni sostenitore del sistema sovietico e il suo libro venne letto in chiave politica da molti.

L’autore risponderà:

Credo che il dovere rivoluzionario dello scrittore sia scrivere bene […] Il romanzo ideale è un romanzo assolutamente libero, che non solo inquieta per il suo contenuto politico e sociale, ma anche per il suo potere di penetrazione nella realtà; e meglio ancora se è capace di rivoltare la realtà per mostrarne il rovescio”.

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