La vita agra: storia di un anarchico a Milano

La vita agra

La vita agra di Luciano Bianciardi uscì nel 1962 e fu immediatamente un successo commerciale con 10.000 copie vendute in un solo mese. Una simile popolarità attirò l’attenzione della critica e del regista Carlo Lizzani, che nel 1964 ne trasse il film omonimo interpretato da un magistrale e irriverente Ugo Tognazzi.

LUCIANO BIANCIARDI

Scrittore, saggista, traduttore (in particolare di London, Huxley, Miller, Steinbeck e Faulkner), giornalista, critico televisivo e grande attivista culturale (è stata sua l’idea del Bibliobus, una specie di biblioteca itinerante per portare i libri nelle aree di campagna dove non sarebbero mai arrivati), Luciano Bianciardi è stato un intellettuale piuttosto atipico.

Anarchico per natura e per convinzione, si impegnò nel sostegno alle lotte operaie e nella denuncia delle durissime condizioni di vita dei minatori della zona di Grosseto, stringendo un’intensa e significativa amicizia con gli abitanti del paesino di Ribolla.

LA TRAMA

Il romanzo in gran parte autobiografico, ha una trama  piuttosto esigua. Un giovane intellettuale originario di Grosseto giunge a Milano. L’intento è quello di vendicare in modo violento un incidente sul lavoro, che è costato la vita a 43 minatori. L’idea è quella di  far saltare in aria il grattacielo della ditta che ha diretto gli scavi nella miniera di provincia, colpevole di non curarsi della sicurezza dei lavoratori per aumentare la produttività degli impianti.

Il protagonista abbandonerà i suoi piani terroristici trovando una sistemazione lavorativa e vivendo un’appassionata  storia d’amore, malgrado  abbia già una moglie e un figlio che lo aspettano in provincia.

La nuova vita di coppia sembra anch’essa venire progressivamente minacciata e spenta dalla dura routine lavorativa, a cui il protagonista senza rendersene conto si sottopone.

LA VITA AGRA DEL BOOM ECONOMICO

In poco meno di duecento pagine Luciano Bianciardi, illustra un momento storico fondamentale per l’Italia: il “boom economico”. Il passaggio dal mondo contadino agli agi del benessere, è tutt’altro che indolore e la voce narrante si fa interprete di questo disagio. Milano, negli anni Cinquanta, è la capitale del neocapitalismo italiano. È una città oppressa sotto una cupola di nebbia in cui  tutti vanno di fretta. Cuore pulsante sono i lavoratori che arrivano e che partono, persi nella totale indifferenza dell’altro.

Ogni mattina alle sei coi treni del sonno []battaglioni di gente grigia, con gli occhi gonfi, in marcia a spalla verso il tram, che li scarica dall’altro capo della città dove sono le fabbriche.

Una corsa incessante che contagia qualsiasi attività, comprese quelle quotidiane come fare la spesa.

Bisognava essere svelti a dire che cosa, perché dietro urgeva altra gente… Se non dicevi subito che cosa, dopo l’e poi, il commesso passava subito a un altro cliente, quello che ti stava fiatando ansioso nel collo, e a te toccava rifare tutta la coda daccapo.

La fretta e la velocità con cui si vive consuma rapidamente tutto. I rapporti umani e la stessa esistenza sono dettati dal bisogno di possedere, dalla smania di fare soldi. Fare soldi per comprare è il mantra dell’Italia del miracolo economico. Indifferenza e cinismo sono ormai consolidate, tanto che un ubriaco che cade a terra sbattendo la testa, non smuove nessuno. 

E tra affanni, difficoltà, licenziamenti, rate, affitto, c’è sempre qualcuno che ti vuole vendere qualcosa che, promette, ti migliorerà la vita. E così per alimentare la fame bulimica di acquisto si compra per poi capire che siamo sempre più incarcerati, pedine di un atroce ingranaggio e vittime del consumismo sfrenato.

La felicità non c’è più, è un lontano ricordo.

LA FINE DI UN ANARCHICO

La vita agra è  la disgregazione di un ideale, è una rassegnazione che si spegne dentro, con un finale drammaticamente triste. L’ anarchico, in origine saldo, determinato, pieno di ardore, è stato avvinto dai tentacoli di quel sistema che lui voleva scardinare.

Lo stesso Bianciardi, vivrà questa contraddizione. La vita agra, il libro pensato come irriverente denuncia di uno stile di vita ormai consolidato, anziché portare indignazione e dissensi, venne osannato, accolta dal pubblico e dalla critica.

Venderà e Bianciardi si sentirà nuovamente inglobato in quell’universo fatto di capitalismo, consumi, discriminazioni, che tanto rifuggiva. Il tour per la promozione fu un ulteriore momento di scoramento morale. La meccanicità della sceneggiata che ogni volta doveva riprodurre per il pubblico finì per distruggerlo e Bianciardi si rifugiò  nuovamente nel lavoro di traduttore.

Nel 1970 tornò a Milano dove il 14 novembre 1971, a soli 49 anni si spegnerà a causa della ormai fuori controllo dipendenza dall’alcol.

LA VITA AGRA IL FILM

Nel 1964 Lizzani si mette al lavoro con Amidei e Vincenzoni sull’adattamento del libro e, il primo cambiamento che apportano, è quello di variare le origini del protagonista, che da toscano diventa emiliano, scelta motivata dall’esigenza di cucire il personaggio su Tognazzi, e anche per modernizzarlo. A parte questo piccolo aggiustamento, ciò che muta radicalmente, è il tono complessivo della narrazione.

Se il libro di Bianciardi è una pungente osservazione esistenzialista, percorsa da un umorismo piuttosto cupo, il film di Lizzani sembra inserirsi più nel filone delle classica commedia all’italiana. È forte il senso di disagio che Lizzani riesce a trasmettere attraverso la magistrale prova di Tognazzi. L’eroe dissidente che si trasferisce a Milano per compiere un plateale atto di ribellione verso un mondo teso al consumismo sfrenato, finisce per essere parte di quello stesso ingranaggio, intrappolato in una gabbia dorata piccolo borghese in cui i suoi sogni sono esplosi per sempre.

Elisabetta Lubrani