La Vegetariana viene pubblicato per la prima volta nel 2007. Il più celebre romanzo della scrittrice sud coreana Han Kang, vincitrice del Premio Nobel per la Letteratura nel 2024, ha raggiunto la fama internazionale solo nel 2016, a seguito della traduzione inglese, aggiudicandosi l’International Booker Prize e classificandosi nella lista del New York Times dei migliori 10 libri dell’anno.
“Un libro deve essere un’ascia per rompere il mare di ghiaccio che è dentro di noi” sosteneva Franz Kafka. La Vegetariana incarna alla perfezione questa idea, squarciando la nostra placida e comoda esistenza scandita da abitudini e confortanti illusioni. Mescolando abilmente eleganza, intensità, sublime e grottesco Han Kang ci racconta una fiaba oscura, cruda, scomoda, sanguinante che ci riporta ad un dilemma esistenziale: vale sempre la pena vivere?
LA VEGETARIANA: UNA DONNA INSIGNIFICANTE, MA NON TROPPO
Prima che mia moglie diventasse vegetariana, l’avevo considerata del tutto insignificante
Così si apre il romanzo. Una notte, la protagonista Yeong-hye si risveglia da un sogno inquietante e decide di non voler più mangiare carne. Yeong-hye, fino a quel momento donna ordinaria, moglie che non dava preoccupazioni di sorta (tranne l’unica “stranezza” di non voler portare il reggiseno) e figlia devota, comincia a mostrarsi agli occhi delle persone che la circondano sempre più silenziosa e incomprensibile. Rifiuta la carne e si aggira nuda per casa, parla pochissimo e quando lo fa pronuncia frasi socialmente inaccettabili. Si ribella alla volontà del marito e a quella del padre, tanto da arrivare a ferirsi con un coltello pur di non accettare di piegarsi alle regole del padre.
Il racconto è suddiviso in tre sezioni, che scandiscono altrettanti punti di vista: quello del marito, che osserva il delirio di Yeong-hye provando una crescente repulsione nei confronti della moglie; quello del cognato artista, ossessionato dal desiderio di dipingere il corpo della cognata e infine quello della sorella, l’unica a comprendere nel profondo il desiderio di Yeong-hye di svanire per sempre da un mondo che non la accetterebbe mai per quella che è davvero.
La voce della protagonista arriva in maniera distorta e frammentata: la sua storia è narrata dal punto di vista degli altri personaggi, e solo raramente si insinuano i pensieri di Yeong-hye, ritenuta comunque folle e inattendibile.
IL RIFIUTO DELLE CONVENZIONI SOCIALI
È per la carne. Ho mangiato troppa carne. Le vite degli animali che ho divorato sono tutte piantate lì. Il sangue e la carne, tutti quei corpi macellati sono sparpagliati in ogni angolo del mio organismo anche se i resti fisici sono stati espulsi, quelle vite sono ancora cocciutamente abbarbicate alle mie viscere
La decisione di diventare vegetariana, cela un rifiuto ancora più profondo nell’animo della protagonista. Attraverso una scelta così radicale e inaccettabile Yeong-hye urla la sua ribellione verso un sistema patriarcale che da sempre ha stabilito le regole su chi dovesse essere. Han Kang ci suggerisce spunti di un’infanzia vissuta all’ombra di un padre violento, una crudeltà così interiorizzata dalla protagonista da renderla una moglie mite, e passiva. Ma il rifiuto di Yeong-hye per le convenzioni, il suo voler stare nuda, la scelta di diventare vegetariana, il suo respingere ogni tentativo di tornare a uno stato di “umanità socialmente accettabile”, sembra essere una risposta non solo alle violenze subite dal padre, ma anche alle costrizioni di una società estremamente ancorata alle convenzioni e alle tradizioni.
Mangiare carne ricopre nel romanzo un ruolo fondamentale diventando la metafora dell’essere adeguati, adatti a una società costruita su regole di comportamento ferree e intransigenti. Il desiderio di Yeong-hye di non volersi conformare è recepito come uno scandaloso atto di ribellione e l’unica spiegazione socialmente accettabile è la pazzia.
LA VEGETARIANA E LA MACCHIA MONGOLICA
La macchia mongolica è una voglia, un errore di pigmentazione, si dice, dei discendenti di Gengis Khan. Altri dicono sia l’impronta che la nonna lascia quando dà uno schiaffo al bambino per farlo respirare. La macchia mongolica ha un colore bluastro, compare spesso sulle natiche o in fondo alla schiena e scompare, poco dopo, con la crescita. Yeong-hye, invece ha ancora quella voglia sulla natica sinistra. Ed è quell’ idea a eccitare il marito della sorella, una voglia quasi animalesca di possederla, ma che a poco a poco sembra virare in una sublime contemplazione dei fiori pitturati sul corpo nudo.
Nella seconda parte, il cognato di Yeong-hye trova il modo di realizzare i sogni che lo ossessionano e a riprodurre un atto sessuale con Yeong-hye nel quale entrambi sono incarnazioni del mondo vegetale. Approfittando dell’ottundimento della cognata, che dopo essersi ferita con il coltello è stata sedata dagli psicofarmaci, la convince a posare per lui e poi a fare sesso, entrambi con il corpo dipinto di fiori e foglie.
L’immagine estatica dei due corpi nudi ricoperti di disegni contrasta spietatamente con il comportamento apatico di Yeong-hye, che si lascia trascinare in questo gioco erotico senza mai opporre resistenza. Rimangono aperte alcune domande: si è trattato di abuso o di rapporto consenziente? Quale forma di sopraffazione è più condannabile? Quella sessuale ad opera del cognato o quella psicologica della quale Yeong-hye è stata vittima da sempre?
DISSOLVENZA

Nell’ultima parte la dissoluzione di Yeong-hye arriva a compimento. Rifiutando persino ogni tentativo di alimentazione artificiale, la vegetariana chiede solo di diventare un albero, affondare le sue braccia nella terra, nutrirsi di acqua e lasciare che il suo corpo si copra di foglie. Al principio, la sorella osserva la sua autodistruzione con dolore, provando a opporle alternativamente gentilezza e brutalità, ma nel farlo comincia a perdersi anche lei entrando nel vortice autodistruttivo nella stessa Yeong-hye. Così l’unico atto d’amore possibile sembra essere accettare il desiderio di Yeong-hye di lasciarsi andare e dissolversi.
LA VEGETARIANA: UN’ASCESI NELLA NATURA
L’essere umano ha il grande privilegio di poter scegliere quale etica alimentare adottare, tuttavia sembra che sia per sua “natura” votato a mangiare altri animali per nutrirsi. La Vegetariana sembra avanzare l’idea che nutrirsi di animali significhi fare del male.
Si può vivere senza distruggere il pianeta e uccidere gli animali? Quella di Yeong-Hye ne La Vegetariana è una follia come credono gli psichiatri e suoi parenti? Si può sopravvivere e nutrirsi senza uccidere?
Forse il più grande atto di ribellione di Yeong-Hye è proprio questo: rompere la ruota sanguinosa e cannibale dell’esistenza e desiderare di diventare un albero per unirsi alla natura, scegliere la morte, per abbracciare la vita.