“Ritratti a tinte forti” portato in scena a Mercantia 2025 è una perla rara e preziosa che in soli venti minuti riesce a tenere insieme Pier Paolo Pasolini, Gabriella Ferri e tre donne “di male affare”.
Lo spettacolo nasce come omaggio a Pier Paolo Pasolini a 50 anni dalla sua morte. Tratto da un testo della scrittrice certaldese Sandra Landi, è riportato in drammaturgia da Angela Giuntini che ne cura anche la regia mentre Benedetta Giuntini è la poliedrica interprete dei tre quadri rappresentati. Pier Paolo Pasolini rivive grazie all’intelligenza artificiale intervistando i tre personaggi: una prostituta, un personaggio storico e una transessuale.
Pier Paolo Pasolini e Gabriella Ferri
Si racconta che una sera Gabriella Ferri conobbe Pier Paolo Pasolini. Era a cena al ristorante La Carbonara di Campo dei Fiori dove Gabriella aveva acquistato casa. Pasolini era lì con un amico regista. Finita la cena lei si alzò e andò a presentarsi. Parlarono un po’, lui le fece molti complimenti e lei gli disse: ‘Io canterò un pezzo tuo’. ‘Non vedo l’ora di ascoltarlo’, rispose lui”.
Sarà il Valzer della toppa già precedentemente interpretato da Laura Betti. “Toppa” in romanesco sta per “sbronza” e il Valzer racconta di una prostituta di Testaccio che una sera ubriacandosi crede di essere improvvisamente tornata vergine riassaporando la bellezza e la purezza ormai perdute. La storia che il valzer racconta è tipica dell’immaginario pasoliniano: gli ultimi, i dimenticati, gli esclusi esattamente come la sua protagonista del Valzer e il primo quadro che troviamo in “Ritratti a tinte forti”.
“Ritratti a tinte forti” : i personaggi
La prostituta

La performance si apre con una prostituta ubriaca che racconta della sua vita. Barcolla, si muove in modo scomposto, tiene una birra in mano e in romanesco ci parla di lei, dei diversi appellativi che le vengono attribuiti e della sua verginità come un bagaglio troppo ingombrante del quale si è presto liberata. Ma dietro al suo racconto non c’è dramma, non c’è pietismo, non ci sono cause o spiegazioni che giustifichino agli occhi della morale comune una simile scelta. È così e basta.
La papessa Giovanna

Intervallata dalla musica di Gabriella Ferri la scenografia cambia e in scena campeggia una poltrona simile a un trono e luci rosse. È il turno di una donna che è diventata leggenda sotto il nome della Papessa Giovanna e narra di come ben presto abbia capito che l’arma più potente in suo possesso fosse la seduzione e di quanto gli uomini -persino papi- potessero diventare così malleabili e deboli e fragili di fronte ad una donna capace di usare le sue naturali armi della sensualità. Il suo colore preferito? Ovviamente il rosso, il colore del sesso e della passione, ma senza vergogna.
La transessuale

La performance si chiude con l’interpretazione di una transessuale. L’ingresso in scena catapulta lo spettatore in una dimensione di angoscia resa ancora più palpitante dalla distorsione della voce dell’attrice. È un quadro struggente, doloroso, violento. Un personaggio piegato dalla cattiveria del pregiudizio ma che tiene ben salda la purezza del suo animo, purezza esaltata dall’abito da sposa che porta.
I ritratti a tinte forti rappresentati, per quanto siano capaci di lasciare lo spettatore senza parole, parlano di persone vere con storie vere e non sono il prodotto di un’immaginazione, segno questo di quanto la realtà possa essere più dolorosa della fantasia.
Ho avuto l’onore di assistere per due volte allo spettacolo e ogni volta è stata un’emozione diversa. Benedetta Giuntini veste i panni di queste discusse donne con grande eleganza e rispetto, permettendo al pubblico di distaccarsi dalla confortante quotidianità per entrare completamente nelle vesti dei personaggi in scena.