Vincenzo Muccioli e San Patrignano: il fine giustifica i mezzi?

Vincenzo Muccioli e San Patrignano: il fine giustifica i mezzi?

Vincenzo Muccioli nasce nel 1934 a Rimini e sin da giovane nutre la passione per l’agricoltura e  gli animali. Si sposa nel 1962 con la coetanea Maria Antonietta Cappelli.

Dal matrimonio nascono due figli: Andrea Maria e Giacomo Maria. Poco dopo il matrimonio, la coppia si trasferisce a Coriano nel podere “San Patrignano”. Muccioli si dedica all’allevamento di pregiate razze canine e all’agricoltura. Con alcuni amici crea il gruppo del “Cenacolo”, dedito a parapsicologia e spiritismo.

Queste sono le basi di quella che diventerà la più grande comunità terapeutica d’Europa.

La storia della comunità inizia negli anni ’70, quando le strade italiane vengono inondate di droga, soprattutto eroina. Una ragazza trentina che  arriva nel novembre 1978 è la prima ospite. Nel giro di poco SanPatrignano crescerà a dismisura .

Scopo della comunità è fornire “assistenza gratuita ai tossicodipendenti e agli emarginati”. Dal 1985 Muccioli e familiari rinunciano parzialmente alla comunità e ai diritti ereditari intestandoli alla Fondazione San Patrignano.

Sanpa: luci e tenebre di San Patrignano

SanPa: Luci e tenebre di San Patrignano è la prima docuserie italiana di Netflix e  ripercorre gli iniziali 15 anni di storia della comunità di recupero per tossicodipendenti fondata da Vincenzo Muccioli.  Diretta da Cosima Spender, si divide in cinque episodi : NascitaCrescitaFamaDeclino e Caduta.  Quello di San Patrignano fu un caso mediatico, politico, sociale e resta ancora oggi uno dei più emblematici e divisivi della storia dell’Italia repubblicana.

Nella serie, Vincenzo Muccioli è descritto come di uno stregone, spiritista, ciarlatano, ma anche come un santo. Non a caso il sottotitolo di Sanpa è Luci e tenebre di San Patrignano. Due sono i processi che il fondatore della comunità ha affrontato.

Nel  primo, iniziato nel 1983, detto “Processo delle catene” le accuse furono sequestro di persona e maltrattamenti per avere incatenato alcuni giovani della comunità. Condannato in primo grado, assolto con formula piena in Appello e in Cassazione nel 1990. Il secondo processo, tenutosi nel 1994, ha portato a una condanna di otto messi per favoreggiamento (con sospensione condizionale) e a un’assoluzione dall’accusa di omicidio colposo per la morte  di Roberto Maranzano, ospite della  comunità.

Vincenzo Muccioli: l’apologia di un salvatore di anime

Nonostante lo sforzo delle prime due puntate di far apparire Vincenzo Muccioli come il salvatore di povere anime, la sensazione che  qualcosa non funzioni è palpabile. Se nel primo episodio la dipendenza da eroina viene inserita in un quadro sociale attraverso la sottolineatura della sua diffusione quasi epidemica, negli episodi successivi il documentario si concentra sul ricorso di Muccioli alla segregazione e alle catene, quali strumenti, se non propriamente terapeutici, di rinforzo alla terapia: mali ‘necessari’ affinché il percorso di cura potesse progredire e avere esito positivo.

In realtà Muccioli si è occupato di quella piaga della società che tutti volevano nascondere.

Da un lato  genitori e parenti: spiazzati dalla violenza e dall’impossibilità di controllare la dipendenza, Muccioli offriva loro la possibilità di tornare a vivere e di pensare che l’unica possibilità di un ritorno alla vita normale per questi ragazzi, fosse San Patrignano. Dall’altro, lo Stato che si trovava di fronte ad un’emergenza che non sapeva controllare e che portava emarginazione e delinquenza: nascondere il problema e delegare altri della gestione, fu la scelta più conveniente.

Vincenzo Muccioli: un pater familias o un padre padrone?

Vincenzo Muccioli

Muccioli amava raccontarsi come un padre di figli scapestrati, pastore di anime smarrite che la società rifiutava e che  i genitori non riuscivano più a gestire.

Ma il pater familias diventa padre padrone, a fin di bene, dice.

Quale genitore non darebbe al figlio scapestrato uno scapaccione per raddrizzarlo? Cosa è peggio: un figlio morto per droga o un figlio che ha preso qualche schiaffo che gli ha fatto capire quanto stava sbagliando?

Non è forse vero che il fine giustifica i mezzi?

Un interrogativo è doveroso: da chi e da che cosa derivava l’autorizzazione che permetteva a Muccioli di usare  veri e propri mezzi coercitivi?

Da autentico dittatore si auto-legittimava riponendo una sbalorditiva e incrollabile fiducia nei confronti del proprio sistema educativo fondato sull’accoglienza in caso di piena adesione all’autorità  e sulla punizione in caso di dissenso.

In Muccioli convivono la fascinazione verso le pratiche di parapsicologia, la compassione spogliata da ogni  credo religioso del benefattore laico, l’imprenditore e il comunista perfettamente a suo agio con i sostenitori economici come con i figli della comunità, l’ospite televisivo più acclamato: un vero e proprio influencer si direbbe oggi.

Un personaggio che nell’evolversi della vicenda diventa sempre più torbido e offuscato : la linea tra giusto e sbagliato non è netta, sfociano l’una nell’altra creando caos e inquietudine e dolore.

La comunità si allarga

Ad un certo punto la comunità si amplia a dismisura e necessita di una rigida organizzazione gerarchica fatta di capi, gruppi, sottoposti, regole.

E mentre Muccioli stringe rapporti sempre più stretti con la politica, rilascia interviste in televisione e sui giornali, compra cavalli e cani di razza (rigorosamente in contanti), in comunità crescono abusi, sopraffazioni ed eccessi punitivi. La comunità viene  colpita da un’ondata di scandali – il suicidio di due ospiti a distanza ravvicinata di tempo; l’omicidio, coperto dallo stesso Muccioli, di un ospite da parte di un altro – e il fondatore, diventato mito pop, unica speranza della madri italiane incapaci di salvare i figli tossicomani, può sempre contare sul forte  consenso dell’opinione pubblica.

Vincenzo Muccioli

Ma chi era Vincenzo Muccioli?

La docuserie  consegna un ritratto estremamente sfaccettato di questa icona del nostro recentissimo passato. 

Ogni essere umano ha una sua verità sfuggente, osserva Fabio Cantelli, ex ospite della comunità, poi laureatosi in Filosofia e per anni responsabile delle pubbliche relazioni di San Patrignano. La verità di Vincenzo Muccioli, forse lodevole all’inizio ma con il tempo  sfociata in una auto-osannazione e in un delirio di onnipotenza, è difficile da cogliere : é un’ area di confine in cui tutti i margini si relativizzano.

Una cosa è certa: Vincenzo Muccioli, volendo o meno – e questo non lo sapremo mai- ha di fatto sostituito una dipendenza con un’altra.

Attraverso il suo carisma e le coercizioni fisiche e psicologiche, ha scambiato la dipendenza da eroina con quella nei suoi confronti, la tossicomania con il bisogno ancestrale di  ritorno alla ‘casa del padre’, ad luogo protettivo in caso di conformazione alle regole, ad un luogo infernale in caso di disubbidienza.

Purtroppo tutto questo, a prescindere dalle intenzioni, è ingiustificabile.

E allora la risposta alla domanda: il fine giustifica i mezzi?

No, assolutamente no.