Il talento del calabrone: niente è come sembra

Il talento del calabrone

“Il Calabrone vola perché non sa di non poter volare” (cit. Carlo De Mattei)

Il talento del calabrone è il secondo lungometraggio,  a diciassette anni di distanza da Red Riding Hooddel, di Giacomo Cimini. . Tornato in Italia dopo 12 anni di formazione a Londra, ha sviluppato una naturale predisposizione verso quel panorama rimasto estraneo all’industria del cinema italiano. Il regista,  prova a portare la sua esperienza del cinema straniero ne “Il talento del calabrone” senza tuttavia convincere completamente.

Il talento del calabrone: trama

Steph è un disc jockey di Radio 105, così popolare che la sua immagine campeggia su un grattacielo della zona più trendy di Milano. Proprio lì si trova anche lo studio da cui il dj conduce un’altrettanto popolare trasmissione che invita gli ascoltatori ad intervenire live per vincere i biglietti di un concerto. Ma uno di loro, Carlo De Mattei, non vuole giocare: annuncia che si suiciderà in diretta, e per convincere che parla sul serio fa esplodere un ordigno in cima ad uno dei grattacieli del quartiere. Da quel momento inizia il duello radio/telefonico fra Steph e l’ascoltatore, che ha una bomba in macchina e minaccia di usarla.

Il clichè americano

Il film si basa su una premessa tipica da film americano: il cattivo che minaccia di scatenare una catastrofe e i buoni che cercano di fermarlo. Niente di nuovo: i suoi antenati vanno da Die Hard a Speed; neanche l’utilizzo del telefono quale unico contatto tra buoni e cattivi è una sorpresa, basti pensare a In linea con l’assassino. Anche gli effetti speciali richiamano il thriller americano, ma non convincono, arrivando perfino a stonare.

La dinamica dei protagonisti

Tutto il racconto si basa sull’interazione di tre personaggi Dj Steph (Lorenzo Richelmy), il tenente colonnello Rosa Amedei (Anna Foglietta) e Carlo De Mattei (Sergio Castellitto). Appare confusa la presenza di così tanti personaggi minori, alla fine comparse ininfluenti per il succedere della storia.

Lorenzo Richelmy nei panni del disc jockey di successo cambierà continuamente intenzioni nel corso del racconto, passando dallo spavaldo, allo spaventato, al combattivo fino allo sconfitto.

Sergio Castellitto fa Sergio Castellitto che pur recitando il ruolo del professore di origini pratesi e dalle mille genialità, da fare invidia a Leonardo da Vinci, non lascia trapelare alcuna inflessione dialettale, omologandosi di fatto al dj.

Chi non convince proprio è Anna Foglietta: nel tentativo di costruire un personaggio cool, diventa buffa. Indossare una fondina e gli anfibi con l’abito da sera indossato al galà prima di essere coinvolta nel caso non ha alcun senso, né per la trama né tanto meno per delineare il personaggio. Puntare la pistola in faccia a un ragazzo urlando di fargli “saltare in aria il cervello”, non la rende credibile ma la riduce a macchietta di un’eroina da thriller americano.

Ciò che tiene insieme il film è l’interpretazione sofferta di Sergio Castellitto, la regia di Cimini, la magnifica fotografia di Maurizio Calvesi, il montaggio esperto di Massimo Quaglia, i costumi di Valentina Taviani: un’eccellenza tecnica di per sé non sufficiente a equilibrare la fragilità narrativa.

Il talento del calabrone: ambizione lasciata a metà

“Il talento del calabrone” ambisce a essere un film profondo toccando argomenti importanti e quanto mai attuali. Il tema di fondo che scoprirete solo verso la conclusione, è affrontato in una veste cinematografica nuova lasciandoci con l’ancestrale dilemma “Il fine giustifica i mezzi?”.

Ma non è tanto cosa si racconta ma come si racconta e purtroppo, “Il talento del Calabrone” non riesce fino in fondo a raccontare. I modelli su cui viene costruito sembrano prevalere sulla scrittura, modelli che vengono maldestramente scimmiottati rendendo poco credibili le intuizioni di valore che indubbiamente ha.

Elisa Lubrani

Elisabetta Lubrani