Piazza Fontana e “17 graffi” per non dimenticare

Piazza Fontana e “17 graffi” per non dimenticare

Piazza Fontana,Milano,1969: cosa accadde

Piazza Fontana: Nel pomeriggio del 12 dicembre del 1969 quattro bombe piazzate da un gruppo neofascista esplosero tra Milano e Roma. Quella che causò i danni maggiori scoppiò in mezzo alla sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, nel centro di Milano. Diciassette persone morirono, più di 80 furono ferite.

L’attentato

Il 1969 era stato un anno di grandi tensioni in tutto il paese. Piccoli attentati,fortunatamente senza esiti tragici,si erano succeduti per tutta la primavera e l’estate sia a Milano che in altre città.

Le contestazioni degli studenti iniziate in varie università  diventavano sempre dure, come sempre più dura era diventata la reazione della polizia. Fu allora che si cominciò a parlare dell'”autunno caldo”:quando, alla protesta degli studenti  si affiancò quella degli operai di molte fabbriche e aziende, che iniziarono un periodo di proteste e scioperi per ottenere aumenti contrattuali.

Le esplosioni quel giorno furono quattro: una a Milano e tre a Roma (una quinta bomba fu trovata inesplosa a Milano in piazza della Scala). L’unica a uccidere delle persone fu quella avvenuta intorno alle 16.30 nella sala principale della Banca dell’Agricoltura di piazza Fontana, dove decine di agricoltori si erano trattenuti oltre l’orario di chiusura per depositare i loro guadagni di giornata (era venerdì, giorno di mercato). Poco dopo un’altra bomba esplose in un sottopassaggio della Banca del Lavoro a Roma,  14 persone furono ferite .Seguirono altre due esplosioni, all’Altare della Patria e di fronte all’ingresso del museo del Risorgimento.

Le indagini

I commenti sulla strage di Piazza Fontana si divisero in base allo schieramento politico,rivelando l’insatabilità politica dell’Italia  dell’epoca.La sinistra più radicale extraparlamentare, vide nell’attacco un’azione degli estremisti neofascisti che puntavano a spaventare gli elettori e spingerli a votare per la Democrazia Cristiana e i partiti di centro e destra che promettevano sicurezza(“strategia della tensione”).

I partiti di centro e i grandi giornali inizialmente non si spinsero in congetture. Ma,le indagini dirottarono sin da subito verso una pista opposta a quella denuciata dalla sinistra:ovvero verso la “pista anarchica”e la stessa sera dell’attacco furono fermate ed interrogate circa 150 persone : giovani con simpatie politiche radicali, in buona parte anarchici, fermati per controlli generici e senza che ci fossero particolari prove nei loro confronti.

Giuseppe Pinelli

Tra loro c’era anche Giuseppe Pinelli, un ferroviere anarchico di 41 anni, ex partigiano. Pinelli, in circostanze mai del tutto chiarite, fu trattenuto in questura e sottoposto a un duro e aggressivo interrogatorio per tre giorni (più delle 48 ore in cui la legge permette di prolungare un fermo senza l’autorizzazione di un magistrato).

Pinelli morirà  il terzo giorno di interrogatorio precipitando dalla finestra al quarto piano dell’edificio della Questura.

Le circostanze sono rimaste oscure:molti compagni sostennero che Pinelli fosse stato gettato dalla finestra  nel tentativo di coprire o, un interrogatorio troppo violento o, un errore mentre lo si minacciava di gettarlo.

Della morte di Pinelli fu accusato il commissario Luigi Calabresi .

Il processo sulla morte di Pinelli stabilì la sua totale estraneità alle accuse. Ma, nei giorni immediatamente successivi, l’autorità di polizia parlò di suicidio:Pinelli sarebbe stato il responsabile della strage e il suicidio sarebbe stato la conferma della fondetezza della “pista anarchica”.

Pietro Valpreda

Il 16 dicembre, un giorno dopo la morte di Pinelli, un altro anarchico venne arrestato: Pietro Valpreda, un ex ballerino 37enne. Valpreda era stato riconosciuto da un tassista che sostenne di averlo portato di fronte alla Banca dell’Agricoltura, dove avrebbe depositato una misteriosa valigia prima di tornare sul taxi. Valpreda da quel momento fu indicato come “il sicuro colpevole”(Bruno Vespa TG1). Nel 1972, dopo aver trascorso oltre 1.100 giorni di carcere, Valpreda fu liberato.L’assoluzione definitiva per lui sarebbe arrivata soltanto nel 1987.

La pista neofascista 

La pista neofascista impiegò circa due anni per diventare concreta e vedeva come protagonista Giovanni Ventura, all’epoca un giovane libraio ed editore padovano e membro del gruppo neofascista “Ordine Nuovo”.

Secondo le testimonianze,il giorno dopo la strage, Ventura, parlando con un suo amico, si sarebbe fatto sfuggire un paio di frasi in cui ammetteva di aver avuto qualcosa a che fare con gli attacchi del 12 dicembre.

L’amico di Ventura parlò con il suo avvocato e su suo consiglio andò a raccontare ai magistrati non solo le frasi ambigue di Ventura, ma che Ventura si fosse vantato di essere capo di un gruppo paramilitare di estremisti di destra che attraverso stragi ed attentati miravano a sovvertire l’ordine sociale e politico.

Nelle settimane e nei mesi successivi, Ventura fu sottoposto a diversi controlli, perquisizioni e persino intercettazioni, ma i magistrati che si occuparono del caso, ritennero che non ci fossero abbastanza elementi per procedere contro di lui.

Piazza Fontana:la svolta

Due anni dopo la strage,arrivò la svolta.

Nel novembre del 1971, quando in seguito ad alcuni lavori di ristrutturazione in una casa nella campagna trevigiana furono ritrovate in un’intercapedine armi, munizioni e simboli fascisti. Il proprietario dell’edificio disse che era stato Ventura a chiedergli di nascondere lì l’arsenale.

Non solo, i magistrati e la polizia trovarono esplosivi dello stesso tipo usati per le bombe del 12 dicembre, e, in una cassetta di sicurezza della madre e della sorella di Ventura scoprirono documenti interni e segreti del SID, uno dei servizi segreti italiani del tempo.

Grazie a tutti questi elementi, il 3 marzo del 1972 Ventura insieme al suo amico Freda, furono arrestati.

I depistaggi

La fase istruttoria del processo e il procedimento vero e proprio furono lunghissimi e a tratti profondamente contraddittori tra loro.

Fin dall’inizio ci fu  disordine tra gli investigatori:sul caso indagavano procure, corpi di polizia e servizi segreti, divisi da reciproche rivalità e incomprensioni che si consultavano solo saltuariamente.

Ma non solo,il SID, e in particolare la sua sezione “D” che si occupava di controspionaggio, ostacolò le indagini.

Per esempio, aiutò a far fuggire dall’Italia due testimoni importanti: Marco Pozzan, un neofascista amico di Freda,e Guido Giannettini, un giornalista finanziato dal SID che da anni frequentava Ventura al quale passava informazioni e documenti riservati (come le informative del SID trovate nella cassetta di sicurezza di Ventura).

Quando i magistrati chiesero spiegazioni sull’accaduto, il SID oppose il segreto militare.

Anni dopo l’allora ministro della Difesa Giulio Andreotti ammise che opporre il segreto era stato un errore, che Giannettini era un informatore del SID e che la vicenda era stata gestita in maniera oscura dai servizi .

Piazza Fontana:Il processo infinito

Il primo processo su piazza Fontana si concluse soltanto nel 1979, a dieci anni dalla strage.

La sentenza della Corte d’Assise di Catanzaro del 1979 condannò Freda e Ventura per strage e gli agenti e collaboratori del SID per i depistaggi; gli anarchici furono assolti per la strage ma condannati per altri reati.

Nel 1981 la Corte d’Appello di Catanzaro ribaltò la sentenza e assolse tutti dai reati principali, ma poi la Cassazione ordinò di rifare tutto.

Il processo d’appello ricominciò per una seconda volta nella Corte d’Appello di Bari. Nel 1985 la Corte confermò in gran parte la seconda sentenza di Catanzaro: Freda e Ventura, ma anche Valpreda, furono giudicati non colpevoli per insufficienza di prove.

Infine, nel 1987 la Corte di Cassazione confermò l’assoluzione dei neofascisti.

Per i giudici, insomma, le prove raccolte non erano sufficienti a condannare gli imputati.

Due importanti ufficiali del SID furono condannati per i depistaggi, ma quanto i loro superiori e i responsabili politici fossero a conoscenza delle loro azioni non è mai stato chiarito. In un ormai tristemente famoso interrogatorio sulla vicenda, Andreotti rispose per 33 volte “non ricordo” alle domande dei magistrati.

Subito dopo la fine del processo, però, altre due inchieste portarono nuovi elementi.

Nel primo processo, che si svolse di nuovo a Catanzaro, erano imputati Stefano Dalle Chiaie e Massimiliano Fachini, due neofascisti accusati da un ex membro del loro gruppo – divenuto collaboratore di giustizia – di essere gli autori materiali dell’attentato (confermando anche il ruolo di Freda, che invece era appena stato assolto).

Nel 1991 i due furono assolti definitivamente.

La riapertura delle indagini

Nel 1994, poi, un giudice milanese riprì le indagini a seguito di nuove informazioni fornite da un collaboratore di giustizia ex membro di Ordine Nuovo, Carlo Digilio.

Carlo Digilio confermò ancora una volta il ruolo di Freda e Ventura emerso nel corso del primo processo, e indicò i nomi di altri partecipanti all’attacco o alla sua organizzazione .

Il processo si concluse in Cassazione nel 2005 con un’assoluzione per insufficienza di prove di tutti e tre i neofascisti indicati.

Il collaboratore, Digilio, divenne invece l’unico condannato in relazione alla strage, anche se, grazie alle attenuanti generiche dovute alla collaborazione, il suo reato era ,nel frattempo,caduto in prescrizione.

Nella sentenza definitiva su quest’ultimo stralcio di processo su piazza Fontana, la Cassazione tornò a esprimersi anche sul ruolo di Ventura e Freda.

Grazie ai nuovi elementi emersi negli ultimi anni, la corte scrisse che Ventura e Freda parteciparono all’organizzazione della strage di piazza Fontana al di là di ogni dubbio.

Purtroppo non avrebbero potuto essere processati perché per quel reato erano già stati assolti in via definitiva nel 1987.

Piazza Fontana: Il ricordo in “17 graffi”

strage

La mostra, dal titolo “17 graffi”,presenta 18 fotografie, ognuna delle quali corredata da una poesia, per onorare le vittime.

Ideata e curata da Stefano Porfirio, realizzata da photoSHOWall in collaborazione con l’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969, il Comune di Milano e la Casa della Memoria.

piazza fontana

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Diciassette delle fotografie, una per ogni vittima realizzate appositamente per la mostra da altrettanti fotografi.

Le fotografie sono una rappresentazione e interpretazione di chi allora perse la vita. A fine mostra, verranno consegnate come memoria storica all’Associazione Piazza Fontana 12 dicembre 1969 stampate in fineart da CILAB.

piazza fontana

La diciottesima immagine invece, realizzata da Stefano Porfilio e anch’essa accompagnata da una poesia, è  invece concepita come immagine simbolica dell’intero percorso espositivo.